Archivio mensile marzo 2018

Linda Caroli DiLinda Caroli

Crypto mining, la nuova febbre dell’oro

 

Quando fu progettata la rete Blockchain il suo creatore si trovò davanti al problema di come emettere nuova moneta. La soluzione fu di progettare il sistema affinchè elargisse Bitcoin come premio ai componenti della rete che forniscono potenza elaborativa, necessaria a fortificare e strutturare la rete stessa, secondo un sistema casuale studiato in modo da restituire Bitcoin in modo proporzionale alla potenza computazionale fornita.

Col tempo, sempre più persone si sono avvicinate al mondo dei Bitcoin, e di conseguenza al mining, aggiungendo la loro potenza elaborativa alla rete. Questo ha provocato un considerevole incremento della difficoltà, e contestuale decremento del guadagno medio giornaliero per singola macchina, da migliaia di bitcoin al giorno a pochi centesimi. Una soluzione è stata quella di minare più cryptovalute con il fine di incrementare i guadagni che garantissero il sostenimento dei costi  di investimento.

Ma all’atto pratico, di cosa ha bisogno un crypto miner? Di grossa potenza computazionale, energia e locali in grado di assorbire il rumore assordante  generato dai server operativi h 24, 7 giorni su 7.

Un esempio virtuoso di miniera si trova a Gondo, una frazione del Comune svizzero di Zwischbergen nel Canton Vallese.

Gondo è il luogo dove l’energia elettrica ha il prezzo più basso di tutta la Svizzera, circa otto centesimi di franco al chilowattora. Si tratta inoltre di  energia pulita generata da centrali idroelettriche.

La potenza attrattiva di Gondo è schizzata dopo che si è sparsa la voce che l’energia è  a basso costo e che le temperature sono piuttosto basse. Creare farm in paesi con  basse temperature è assolutamente imprescindibile: all’interno di una miniera di cryptovalute si può arrivare a più di   30 gradi!!

Di miniere come quella di Gondo ne spuntano a decine ogni giorno. Molte sono localizzate in Cina, altre in Russia, in Bulgaria o in altri paesi dove l’energia è a basso costo.

Anche l’Islanda rappresenta un paese ideale per lo sviluppo  di mining- farm poichè è in grado di offrire la materia prima necessaria alla creazione delle criptovalute a prezzi estremamente bassi e fissi, vista la presenza di numerose centrali idroelettriche e geotermiche. Questo fatto ha cominciato ad attrarre diversi miners tanto che nel 2018 si prevede che la richiesta di energia da parte di queste attività  potrebbe superare quella attualmente impiegata per uso residenziale e il Paese  potrebbe non essere in grado di soddisfare l’elevata richiesta energetica.

Non solo.

Alcuni membri del governo locale hanno sollevato il problema della scarsa profittabilità per l’Islanda nel favorire questo tipo di attività. Il mining delle criptovalute rappresenta  un business di valore virtualmente pari a zero per l’Islanda, dal momento che il mantenimento della farm richiede pochissimo personale, investimenti in capitali ridotti e permette di incassare pochissime tasse. Insomma, i gestori delle farm potrebbero avere tanto da guadagnare, mentre la comunità locale potrebbe non trarre alcun vantaggio dalla loro presenza

Linda Caroli DiLinda Caroli

I Dazi di Trump

Nel primo anno di mandato del presidente Trump, il deficit commerciale statunitense ha segnato un nuovo record , cresciuto  del 12%, rispetto ai massimi del 2008. Nel solo mese di dicembre 2017 il deficit è salito a 53,1 miliardi di dollari . Questa accelerazione si spiega sia con l’aumento dei prezzi delle materie prime, con il calo del dollaro rispetto all’euro, che con un’aumentata propensione al consumo e all’indebitamento delle famiglie americane.

Tuttavia a peggiorare il saldo di dicembre sarebbero state anche le minacce protezionistiche di Trump: per questo motivo molti importatori hanno accumulato scorte per prevenire nuovi dazi su acciaio e alluminio.

Il 1 marzo  Trump ha twittato: “Quando un Paese (gli Usa) perde molti miliardi di dollari nel commercio praticamente con ogni Paese con cui fa affari, le guerre commerciali sono giuste e facili da vincere” difendendo in tal modo  la sua proposta relativa ai dazi  sia sull’acciaio che sull’alluminio.

Donald Trump spaventa il mondo con la promessa di dazi commerciali: ha confermato la sua intenzione di imporre dazi del 25% sull’acciaio e del 10% sull’alluminio, misure che rischiano di innescare un vero e proprio conflitto commerciale a livello mondiale  e che spaventano i mercati.

Secondo l’Amministrazione Trump il disavanzo commerciale  frena il Pil, cresciuto solo del 2,3% :  un minor deficit commerciale porterebbe la crescita Usa stabilmente sopra il 3% annuo.

L’America si rivolge alla Cina, importando da questa l’1% della sua produzione, e  maggiormente al  Canada,  Brasile, Corea del Sud, Turchia e Messico.

L’attivazione dei dazi complicherà le difficili trattative sul  Nafta, l’accordo di libero scambio tra Stati Uniti, Canada e Messico, dal quale  Trump ha minacciato più volte  di ritirarsi.

Non solo.

Trump  ha portato gli Stati Uniti fuori anche dal TTP – Trans Pacific Partnership, uno dei più grandi accordi commerciali mai sottoscritti, firmato nel 2015 da 12 paesi: Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore, Vietnam . Così facendo Trump ha rinunciato a prendere parte a un mercato di scambi commerciali molto ampio nei mercati asiatici.

Anche l’Europa subirà ripercussioni dall’introduzione dei dazi: verrebbero applicati a quasi 5 milioni di tonnellate di prodotti europei, di cui 3,4 milioni rappresentati da prodotti finiti e 1,5 milioni di prodotti semi-finiti.

I Paesi più colpiti saranno la Germania e l’Olanda che con 951 mila e 632 mila tonnellate di prodotti finiti esportati sono in testa all’interscambio commerciale con gli Usa. Un prezzo salato lo pagherà anche l’Italia, quinto esportatore verso gli Usa, con 212 mila tonnellate di prodotti finiti nel 2017 .

A suo tempo, nel 2002 George Bush fece altrettanto e questo provocò una perdita di circa 200.000 posti di lavoro. Il rischio pertanto è che si possa registrare anche questa volta un calo dell’occupazione:  sono 6 milioni e mezzo i lavoratori americani impegnati nelle aziende che operano nel settore dell’alluminio e dell’acciaio.

Trump non comprende che il commercio internazionale è fondato sull’ accordo di cooperazione multilaterale tra tutti i paesi, il  WTO, che  porta la maggior parte  dei paesi del mondo a vedere il libero scambio come la soluzione migliore. Se viene meno questo obiettivo o vengono minati i presupposti che governano il libero scambio, il rischio che si corre  è che a tutti converrà alzare le barriere. Non è un caso che l’Europa minaccia rappresaglie. Trump introduce i dazi invocando un problema di sicurezza nazionale, ma secondo gli accordi stabiliti nel WTO  ciò accade o  in caso di guerra o per una seria minaccia alla sicurezza nazionale. Invocarla per un tema che non ha nulla a che fare con i principi stabiliti dall’accordo di cooperazione è pericoloso.

Ciò che Trump davvero sottovaluta è che, al di là dei dazi che colpiscono i beni tangibili,  in questo momento il vero bene che avrà davvero valore e che non potrà essere “bloccato” da nessun dazio,  saranno i dati, il petrolio del futuro, e  che circoleranno attraverso l’economia regolando gli scambi di merci in tutto il mondo.