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Linda Caroli DiLinda Caroli

Voluntary disclosure e PIR

 

 

L’attuale Governo propone l’inserimento della procedura di Voluntary Disclosure nella Legge di Bilancio 2019 e nel decreto fiscale collegato: viene  proposto linvestimento obbligatorio nei Piani Individuali di Risparmio –  PIR dei capitali attualmente “sommersi” che si stima possano aggirarsi intorno ai 200 miliardi di euro. La     Voluntary Disclosure sui contanti (compresi quelli detenuti nelle cassette di sicurezza all’estero) serve per recuperare i fondi necessari a finanziare la riforma fiscale , Flat tax e Reddito di cittadinanza.

In cosa consiste questa nuova versione della  Voluntary Disclosure?

Verrebbe concesso ai  contribuenti italiani, che detengono illecitamente capitali in contanti o nelle cassette di sicurezza all’estero,  di  regolarizzare la loro posizione con il Fisco italiano  attraverso una dichiarazione spontanea allAgenzia delle Entrate sulla violazione degli obblighi di monitoraggio.  Ovviamente il soggetto che dichiara  verrebbe sottoposto  a sanzioni penali e amministrative (anche se è prevista l’applicazione di uno forte sconto).

Il rientro, al netto delle sanzioni, verrebbe consentito  previo versamento di un’imposta di tipo cedolare del 15% oppure del 20%  e a condizione che i capitali rientrati vengano investiti in Piani di Risparmio Individuali (PIR).

A differenza dei PIR attualmente in vigore, quelli legati alla Voluntary Disclosure non  godrebbero delle agevolazioni fiscali previste e sarebbe concesso al contribuente di investire oltre  il tetto massimo di 30.000 euro.

Questo serve per agevolare l’allocazione  su tale strumento di  tutti i capitali emersi, che in taluni casi potrebbero essere ingenti.

Vedremo cosa deciderà di fare il nostro governo.

Nel frattempo, coloro che sono  interessati  a tale iniziativa, è bene che comincino a valutare la convenienza o meno di procedere: è consigliabile svolgere un’analisi preventiva degli effetti sanzionatori che derivano dal rientro dei capitali e  che non deve limitarsi ai soli aspetti fiscali ma anche e soprattutto a quelli penali tributari

Linda Caroli DiLinda Caroli

Clausole CACs dei Titoli di Stato

 

Mai sentito parlare delle CACs?
Nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana del 18 dicembre 2012 è stato pubblicato il decreto del Ministro dell’Economia e delle Finanze del 7 dicembre 2012, con il quale viene stabilito che, a partire dal 1° gennaio 2013, le nuove emissioni di titoli di Stato aventi scadenza superiore ad un anno saranno soggette alle clausole di azione collettiva salvastati (CACs).

Ma cosa sono le CACs.?

Sono clausole che permettono  allo Stato di rivedere le condizioni con cui sono stati emessi i titoli di debito pubblico (Btp, Ccct e BTP Italia) .

Insomma, lo Stato è come se dicesse: mettiamoci d’accordo  perchè voglio pagare solo una parte del mio debito!

Cosa può fare in pratica lo Stato attivando tali clausole?

Con  le CACs uno Stato può

  • modificare la data di scadenza del titolo
  •  ritardare il pagamento delle cedole
  •  decurtare i pagamenti delle cedole e i rimborsi
  • cambiare arbitrariamente il metodo per il calcolo dei pagamenti
  •  cambiare la valuta di pagamento

Ma perchè sono state introdotte? Perchè il nostro debito pubblico ha raggiunto livelli insostenibili.

Non dimentichiamoci inoltre che a fine anno terminerà il QE da parte della BCE e nel 2019 sono previste scadenze di titoli di Stato per  ben 218 mld.

Chi comprerà le nuove emissioni? Chi si farà carico del nostro debito?

In attesa di capire come il nostro Governo vorrà affrontare questo grosso problema, diciamo subito che qualora dovessero essere attivate  non si  farebbe altro che ammettere di essere sull’orlo del default e questo non porterebbe altro che ad un’esplosione degli interessi che il Tesoro sarebbe tenuto a pagare per finanziare il debito pubblico.

Consideriamole, almeno per ora, solo un paracadute virtuale per tranquillizzare i mercati e  difficilmente verranno messe in atto ma resta comunque un grande punto interrogativo per chi detiene titoli del debito pubblico. Da qui la necessità di diversificare gli investimenti scegliendo prodotti di risparmio gestito: affidarsi a un consulente è sempre la  soluzione migliore.

 

Linda Caroli DiLinda Caroli

Filiali bancarie e consulenza finanziaria

Il posto in banca fino a una quindicina di anni fa, era considerato  sinonimo di sicurezza, un lavoro ben retribuito, tranquillo addirittura, senza spinte, pressioni, noioso in certi casi.
Oggi gli impiegati bancari, quei  pochi rimasti e ancora meno in un prossimo futuro, sono meno garantiti  dal punto di vista lavorativo, sono continuamente pressati a vendere prodotti spesso in conflitto di interessi o, ancor peggio,  di prodotti non sempre adatti alla clientela cui si rivolgono.

Da un  recente studio effettuato dalla Federazione Bancaria della Cisl, che ha passato al vaglio il sistema bancario nazionale, è emerso che rispetto al 2010 in Italia ci sono 6.289 sportelli bancari in meno, il personale di rete è sceso di 26.249 addetti e ben 383 comuni sono rimasti totalmente privi di banche. Gli esodi per ora restano ancora volontari, spesso si ricorre al prepensionamento, non ci sono licenziamenti e non c’è cassa integrazione.

Grazie al Fondo di Solidarietà in 10 anni si sono gestiti tutti gli esodi.

Ma fino a quando si potrà andare avanti così?
Il futuro chiede cambiamenti:  si dovrà immaginare un innovativo  modello distributivo   che metta al centro figure professionali esclusivamente dedicate  alla consulenza finanziaria  e meno all’attività di sportello.

Il grosso delle operazioni viene svolto on-line per cui la vecchia figura dell’addetto risulta assolutamente inutile, obsoleta.

L’81% dei clienti utilizza ormai i canali digitali delle banche soprattutto per le operazioni e i pagamenti di tutti i giorni
Il percorso  è tracciato: nei prossimi anni si prevede la chiusura di metà degli attuali sportelli bancari e uno snellimento del personale. La tecnologia ha messo in crisi strutturale un intero sistema che da decenni funzionava bene e guadagnava tantissimo
Alla crisi strutturale di un sistema definito da molti “bancocentrico” si è affiancata una lunga fase economica caratterizzata  da bassi tassi di interesse,  che insieme alle rettifiche su crediti imposte dalla BCE per ammortizzare la zavorra degli NPL (non performing loans) ha profondamente minato la redditività delle banche.
La soluzione?

Ridursi e trasformarsi attraverso un cambio culturale e di mentalità profondo.
La novità quest’anno è arrivata da Intesa Sanpaolo che recentemente ha deciso di assumere 500 nuovi dipendenti da destinare all’attività di consulenza finanziaria attraverso  un contratto ibrido: un part-time da dipendente, a cui si aggiunge un inquadramento come lavoratore autonomo. È questo il segnale di cambiamento che apre la strada al futuro di molte reti bancarie italiane.

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I Millenials e il loro rapporto con il risparmio

I Millennials, o Generazione Y, sono i ragazzi nati tra gli anni ‘80 e fine anni ‘90.

Il  Time Magazine li definisce “Overeducated, underemployed, wildly optimistic”, vale a dire sovra-istruiti, sottoccupati, particolarmente ottimisti e sopratutto grandi risparmiatori, tanto  che sono anche  definiti “super savers“.

Sono più aperti, esigenti, tecnologicamente evoluti ed informati della generazione che li ha preceduti. Hanno un approccio alla vita adulta unico, sono molto legati ai valori familiari, al rapporto con gli amici e alla comunità intesa in senso ampio.

Sono 1,7 miliardi i Millennials nel mondo, costituendo il 24% della popolazione globale, mentre in Italia attualmente rappresentano circa un terzo dell’intera popolazione.

Rappresenteranno nel 2025 circa il 75% della popolazione attiva e molti di loro saranno i leader del futuro.

L’alta numerosità e il crescente potere d’acquisto li rendono capaci di influenzare i media, i consumi, il mercato immobiliare, persino la ristorazione.

Hanno un atteggiamento diverso dal  consumo compulsivo che ha caratterizzato la generazione che li ha preceduti.
I Millenials sono cresciuti dentro la  crisi economica, sono consapevoli  del valore della famiglia e della rete sociale nell’affrontare problematiche comuni: fanno leva sulla rete e questo permette loro di superare limiti di natura economica.

Hanno un ruolo attivo nel processo di acquisto confrontandosi con le aziende produttrici, utilizzando i canali digitali messi a disposizione. Anche il rapporto con la banca è molto selettivo: per loro la scelta, ad esempio,  di un conto corrente gratuito è importante.

Sono consumatori severi, desiderano essere informati sulle aziende, su ciò che producono o sui servizi che offrono, sulle politiche aziendali adottate.
Un terzo dei Millennials del mondo  risparmia ed è sicuro di sé riguardo al proprio futuro finanziario, 1 giovane su 2 non è certo delle strategie attuatementre il 18% non risparmia affatto.
Eppure, mutatis mutandis, resta  la generazione che dichiara di risparmiare di più anche se non si dimostra particolarmente interessata a investire.
In Italia non rappresentano un target interessante per le società di gestione del risparmio, che in questo momento si rivolgono soprattutto al loro cliente tipo di età compresa tra i 40 e i 50 anni.

Perché?

Perchè non hanno un lavoro stabile, non dispongono di interessanti disponibilità finanziarie e molto probabilmente non godranno di una pensione. A loro l’industria finanziaria al momento si limita ad offrire un conto corrente, prestiti e mutui. I Millenials non sono  interessati alla previdenza integrativa, mentre invece utilizzano gli strumenti di pagamento digitali  con estrema naturalezza. Sono poco inclini all’indebitamento, se non per comprarsi lo smartphone.

Non solo.

La filiera commerciale delle banche spesso mette a loro disposizione consulenti di altre generazioni, che non sono in grado di sostenere la loro preparazione, frutto di una pianificata consultazione  in rete  sull’argomento. Perchè i Millenials, in rete, cercano tutto.
Il risultato è che il 70% degli under 35 detiene  un solo fondo italiano, mentre uno su quattro  dichiara di averne due o più.
Ma si rivolgono sempre di più al Fintech e questo li rende attrattivi per i nuovi player del mercato come Apple, Facebook, Amazon. Questa la molla che sta spingendo i giganti della rete ad entrare nel mondo della distribuzione dei prodotti bancari.

 

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PSD2 e le asimmetrie informative

 

Il 13 gennaio è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale  la Direttiva Europea  2015/2366 più nota con il nome di PSD2. Si tratta a tutti gli effetti di un aggiornamento della precedente Direttiva sui servizi di pagamento che ha come obiettivo quello di sviluppare il mercato europeo dei pagamenti, rendendolo più competitivo e più sicuro.

Non solo.

Gli utenti che utilizzano l’home banking potranno farlo attraverso piattaforme esterne al sistema bancario tradizionale. Potranno perciò effettuare pagamenti e accedere alle rendicontazioni periodiche grazie a software messi loro a disposizione da terze parti non bancarie Third Party Provider (AISP e PISP) preventivamente autorizzate dall’EBA.

I primi potranno collegarsi a conti correnti bancari al fine di recuperare informazioni, ad esempio gli utenti potranno usare gli AISP per avere un corretta visione di insieme della propria situazione finanziaria. I secondi, i PISP, appunto, permettono invece di effettuare una transazione di pagamento dal proprio conto corrente verso un altro soggetto mediante un software che, di fatto, si comporta come un ponte tra i due account bypassando l’utilizzo della carta di credito.

Per realizzare i servizi di cui sopra da parte dei TPP, agli stessi dovranno essere comunicati, da parte delle banche,  tutta una serie di dati personali dei clienti finali, con tutto quello che questo comporta in termini di compliance al nuovo Regolamento Privacy europeo, il GDPR.

Un rilievo potrebbe essere fatto circa la delicata questione del diritto alla portabilità dei dati e conseguentemente del diritto alla interoperabilità previsti dall’art. 20 della GDPR. I dati richiesti dai TPP, infatti, sono soggetti alla titolarità da parte delle banche e di conseguenza esse devono necessariamente garantirne la sicurezza in un’ottica di protezione dell’interessato stesso.

Come si comporterà la banca se avrà il  sospetto  che la richiesta provenga da un soggetto (TPP) che non è in grado di garantire le misure necessarie alla protezione del dato?

Intanto le questione viene dibattuta in territorio americano. In questi giorni infatti Facebook ha contattato 4 colossi bancari statunitensi,  JP Morgan, Wells Fargo, Citigroup e US Bancorp per proporsi quale piattaforma attraverso la quale condividere le informazioni finanziarie dei loro clienti. E stiamo parlando di informazioni  abbastanza dettagliate quali operazioni con carte di credito e saldi dei conti correnti. Come verrà garantita la tutela dei dati personali?  Oppure si rischia un’altra Cambridge Analytica?

Un fatto è certo:  la PSD2 ha di  fatto aperto al mercato digitale, e quindi le big data Companies sono alla conquista dei consumatori. Il paradosso è che le terze parti  (vedi Facebook)  avranno la possibilità, se autorizzate dagli organismi di tutela e controllo, di accedere ai dati che sappiamo essere tutelati dalla  banca

Quindi società come Facebook, Amazon, Google, Apple avranno una marea di informazioni  che ci riguardano mentre noi non sapremo come le utilizzeranno.

Ecco l’asimmetria.

 

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Cristiano Ronaldo e la flat tax

Cristiano Ronaldo recentemente è passato dal Real Madrid alla Juventus, operazione straordinaria dal punto di vista calcistico ma altrettanto straordinaria dal punto di vista fiscale.

Soprattutto per lui!

Il fuoriclasse è un high net worth individual, ossia una persona che detiene  un grosso patrimonio.

Con la Legge di Bilancio 2017, in Italia e` stato introdotto un regime fiscale opzionale che consente a queste persone di trasferire la propria residenza in Italia, ottenendo di pagare una flat tax annuale di ammontare fisso  pari a € 100.000,00 indipendentemente dal livello di reddito, purchè non si tratti di redditi  prodotti in Italia.

Altro vantaggio?  Tali redditi non sono soggetti a nessuna ulteriore tassazione.

Anzi… anche i familiari potranno beneficiarne, pagando un’imposta forfettaria di € 25.000,00 ciascuno.

Obbligo dell’ high net worth individual  è di pagare l’imposta flat pari a € 100.000,00  in un’unica soluzione e per ogni anno fiscale. Il versamento dell’imposta deve essere effettuato entro il termine previsto per il versamento del saldo delle imposte sui redditi (fine giugno).

Per fare richiesta è necessario essere fiscalmente residenti da almeno nove anni in un Paese straniero. La nazionalità invece non è importante: possono trasferirsi stranieri che vogliono venire a vivere in Italia ma anche Italiani che decidono di rientrare  nel nostro Paese. Basta dichiarare  la sussistenza di tutti i requisiti necessari per accedere al regime di favore, compilando una checklist.

Tra i redditi esentati, nel caso del campione ad esempio, rientrano quelli prodotti da investimenti detenuti  all’estero ed anche  quelli derivanti dallo sfruttamento della propria immagine al di fuori del territorio nazionale.

Ronaldo avrà anche altri vantaggi:  a) attraverso  una buona pianificazione successoria,  potrà giovarsi dei vantaggi offerti dalla nostra imposta di successione e donazione,  b) sarà esentato dall`indicare nella dichiarazione dei redditi italiana i propri beni detenuti all`estero,  c) non pagherà la tassa sulle proprietà immobiliari detenute fuori dal territorio italiano, e nemmeno quella sulle attività finanziarie detenute all`estero.

Il perchè dell’introduzione della flat tax  è presto detto: si vuole dare una spinta ai  consumi, in particolar modo  i beni di lusso, con effetti positivi sulla nostra economia.

Nel caso dell’acquisto del fuoriclasse, i vantaggi sarebbero anche per  la squadra che lo ha accolto: basti pensare all’indotto derivante dal merchandising, dai diritti TV, e tanto altro ancora.

 

 

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AIM Italia e Piani Individuali di Risparmio

Molte società di successo valutano il  momento di quotarsi in Borsa, vuoi per un piano di nuovi investimenti, vuoi  per affrontare un ricambio generazionale, vuoi per garantire un’uscita equilibrata di alcuni membri della famiglia fondatrice, vuoi per dare ad investitori istituzionali l’opportunità di uscire dall’investimento. La quotazione in Borsa offre una risposta a queste sfide e rappresenta una scelta chiave per il futuro dell’azienda. Pertanto una società deve valutare attentamente tutti gli aspetti della quotazione e le implicazioni che lo status di società quotata implica sulla gestione aziendale. L’accesso al mercato dei capitali tramite la quotazione in Borsa è uno strumento importante per tutte quelle imprese che desiderano confrontarsi in scenari competitivi sempre più complessi che richiedono visione strategica, piani industriali solidi e importanti capitali per realizzarli. Le aziende quotate hanno importanti tassi di sviluppo poiché si è rilevato che il loro fatturato cresce 3 volte di più anche grazie alla capacita di molte di loro di poter effettuare importanti acquisizioni grazie alle risorse finanziarie ottenute e al cambio di vision aziendale nel durante e dopo la quotazione.

La soglia critica che consente di avventurarsi in Borsa Italiana è una capitalizzazione di € 50 mln che concede quindi a sole circa 4000 aziende la possibilità di accedervi. Tenuto conto che per motivi culturali, in Italia è ancora bassa la propensione alla quotazione (8%) è stato introdotto nel 2012 il mercato AIM – Alternative Investment Market – per agevolare le aziende nel processo di avvicinamento al mercato dei capitali.

Un’azienda che vuole quotarsi all’AIM non ha la necessità della pubblicazione di un prospetto informativo, e neanche la pubblicazione di resoconti trimestrali di gestione.

Non viene richiesta una dimensione minima di capitalizzazione ed è sufficiente collocare solo il 10% del capitale. Non servono requisiti particolari di governance come anche non sono richiesti requisiti economico-finanziari specifici.

Questo mercato ospita al momento 105 aziende, di cui 24 entrate nel 2017, grazie anche all’introduzione dei PIR – Piani Individuali di Risparmio che sono prodotti di risparmio gestito che raccolgono capitali da investire nelle PMI in cambio di un beneficio fiscale.

Nel 2017 il mercato dei PIR ha raccolto ben 11 mld di euro!

L’avvento dei PIR  ha collegato pertanto due eccellenze  del nostro paese: la grande capacità di risparmio delle famiglie italiane da una parte (in termini di capacità di risparmio siamo secondi dopo il Giappone) e le eccellenze produttive italiane dall’altra.

L’obiettivo del legislatore che ha introdotto tali strumenti finanziari è quindi quello di rafforzare  il mercato dei capitali, che ha in sè  grandi potenzialità di sviluppo.

 

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Spread Btp Bund e risparmio gestito

In questi giorni lo spread è tornato a salire.

Il differenziale del rendimento tra i nostri BTP decennali e il Bund tedesco di pari durata ha ripreso a crescere facendo temere la riapertura di uno scenario simile a quello del  2011. Infatti a quel tempo, fra la fine del governo Berlusconi e l’insediamento di Mario Monti,  si raggiunse il record storico di 570 punti base.  Uno scenario allarmante durante il quale gli investitori stranieri ritirarono i propri capitali, i mercati  furono incerti, Spagna e Grecia vacillavano  pesantemente, l’intera stabilità dell’area Euro era a rischio. A puntellare il sistema intervennero le iniziative  della BCE attraverso il noto  Quantitative Easing (QE) il piano di acquisto di titoli di Stato Italiani per 100 Mld di euro che fu a quel tempo annunciato da Draghi. Soluzione che ha consentito di tenere la situazione sotto controllo fino ad oggi.

Importante per molti motivi tenere lo spread sotto controllo: se dovessimo subire un downgrade da parte delle agenzie di rating, la BCE dovrebbe ridurre pesantemente, fino ad azzerare del tutto, il programma di acquisto mensile di titoli dello Stato. L’economia ne risentirebbe fortemente

Ma cos’è lo spread riferito all’Italia? E’  la differenza di rendimento tra il titolo di Stato decennale italiano e quello tedesco.

Perché questo valore si modifica nel tempo? Dipende dal mercato che si muove in acquisto o in vendita.

In questa fase di instabilità politica, c’è stata la tendenza a vendere i titoli di Stato italiani , fenomeno che ha compresso i prezzi dei governativi consentendo  ai rendimenti di aumentare determinando un allargamento della forbice del differenziale con il bund tedesco.

L’aumento dei rendimenti non è una buona notizia per l’intera economia, poiché una riduzione del valore dei titoli di Stato può contagiare banche, imprese e anche famiglie. Le ultime crisi economiche e sociali sono state provocate da crisi finanziarie e lo spread è un termometro che da qualche anno i risparmiatori hanno imparato a tenere sotto osservazione, perché hanno capito che quando sale sono proprio loro a pagarne le conseguenze. Un aumento degli interessi significa maggiori oneri finanziari da far pagare alle famiglie o alle imprese. Tra il 2011 al 2017 il  credito erogato dalle banche alle imprese si è contratto di 181 Mld di euro.

Non dimentichiamo poi che l’aumento dei rendimenti dei titoli di Stato provoca un calo dei loro prezzi, per cui le banche italiane, che detengono circa 100 Mld di BTP, rischiano di registrare perdite  di valore dei loro attivi. E’ pur vero però che rispetto al 2011 siamo  di fronte a un contesto economico ben differente,  la politica monetaria è sorretta dal QE di Draghi, non c’è il rischio del contagio greco e i fondamentali della nostra economia sono decisamente migliori di altri. La storia aiuta a crescere in consapevolezza e la fiducia può essere una medicina molto valida.

Per questo  le scelte dei risparmiatori, che sono diventati più consapevoli, si stanno sempre più orientando verso prodotti di  risparmio gestito. In tal caso qualsiasi tipo di oscillazione generata da un’instabilità dei mercati,  verrebbe ammortizzata dalla diversificazione

Linda Caroli DiLinda Caroli

Demografia e pianificazione finanziaria

La vita sta cambiano radicalmente.

L’Italia sta invecchiando : nel 1800 l’aspettativa di vita non andava oltre i 40 anni, oggi si vive  in media  fino a 80 e il trend è in continua crescita. Basti  pensare  che gli ultranovantenni sono 700 mila e che le stime prevedono che saranno circa 2milioni tra quarant’anni. E se la vita si allunga, aumenta il rischio del verificarsi della non autosufficienza,

Oggi gli Italiani spendono 9 mld per fronteggiare  questa spesa, una voce destinata a salire nei prossimi anni.

Oltre ad essere un paese particolarmente longevo, l’Italia ha anche un record negativo: l’indice di fecondità oggi è ai minimi storici, per cui andando avanti di questo passo, aumenteranno i pensionati e si ridurrà la forza lavoro.

In 30 anni ci sarà il doppio di pensionati da sostenere ogni 100 lavoratori.

Il rapporto ISTAT segnala che ogni 100 giovani (0-14 anni) ci sono 170 anziani (over 65 anni). Forse non tutti sanno che l’Italia è il secondo paese più vecchio  al mondo dopo il Giappone; questo significa che la progettualità di ciascuno di noi nel tempo sarà  destinata a cambiare: avremo maggiori responsabilità verso i nostri figli nonché verso i nostri genitori. E le esigenze da entrambe le parti saranno diverse.

Da qui una gestione consapevole del risparmio.

Per quanto riguarda la destinazione dei risparmi gli Italiani sono piuttosto fermi: dei 4168 mld di attività finanziarie, 1367 sono liquidi ed esposti a killer silenziosi come l’inflazione, che è  bassa rispetto al passato, o la minaccia di una nuova patrimoniale che, invocata da OCSE e FMI, potrebbe calare come una mannaia sui portafogli degli Italiani.

Le minacce non mancano ma è pur vero che ciò che saremo domani dipende da cosa facciamo oggi. Servono quindi giusti alleati finanziari e in questo senso l’economia mondiale può darci una mano,  poichè vanta un trend di crescita stabile in cui , guardando nel lungo termine, le fasi positive risultano di gran lunga maggiori di quelle negative.

Negli ultimi 15 anni il mercato ha reso mediamente il 10% su base annua, nonostante i cali che non devono spaventare. E’ necessaria quindi una buona pianificazione finanziaria a suggerire un metodo di investimento che sposti lo sguardo oltre il breve periodo e capace di parlare non tanto di numeri, quanto di progetti di vita. Da qui il ruolo fondamentale di un consulente che guidi il risparmiatore verso scelte consapevoli

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Conto corrente e riciclaggio

Il riciclaggio di denaro di provenienza illecita ha raggiunto dimensioni preoccupanti nell’ultimo ventennio. Il Fondo Monetario Internazionale ha rilevato che le attività connesse al riciclaggio coinvolgono tra il 3% e il 5% del PIL del pianeta.

In Italia il riciclaggio vale circa il 10% del PIL (circa 1.600 miliardi di Euro) e  i proventi delle attività criminali ammontano a circa 150-170 miliardi di euro l’anno. Le operazioni di riciclaggio della ricchezza di provenienza illecita non sono soltanto negative in quanto tali, ma anche per le conseguenze che provocano:  c’e’ il rischio che la criminalità economica si infiltri così profondamente nelle dinamiche delle attività lecite da rendere sostanzialmente impossibile rintracciare la provenienza, e la natura lecita e non, dei flussi finanziari. Per di più, il rafforzarsi della criminalità organizzata ha trasformato il riciclaggio, da fenomeno interno ai singoli stati, ad un problema per la comunità internazionale che ha richiesto sempre più sofisticate azioni di contrasto .

Secondo l’UIF – Unità di Informazione Finanziaria il riciclaggio è “la riutilizzazione dei proventi di attività criminali in attività legali, con lo scopo di occultare la provenienza illecita della ricchezza, mediante una serie di operazioni dirette ad ostacolare la ricostruzione, a ritroso, dei movimenti dei capitali fino all’evento delittuoso generatore degli stessi”. Il reato di riciclaggio costituisce quindi una pratica criminale utilizzata per rendere irriconoscibile il collegamento tra attività illecita e proventi che ne scaturiscono  e per produrre direttamente ricchezza. Dietro tali operazioni si nascondono attività svolte da organizzazioni criminali e mafiose di vario tipo, ma anche, in misura crescente negli anni più recenti, attività di finanziamento del terrorismo. L’uso massivo del contante connota la maggior parte dei reati connessi allo sfruttamento sessuale, allo spaccio di sostanze stupefacenti, ed è frequentemente associato a reati a scopo estorsivo e corruttivo e ad alcune fattispecie di reati tributari e fiscali».

Il decreto legislativo del maggio 2017, n. 90 fornisce le modalità di  attuazione della direttiva (UE) 2015/849 relativa alla prevenzione dell’uso del sistema finanziario a scopo di riciclaggio dei proventi di attivita’ criminose e di finanziamento del terrorismo.

In sintesi si vuole aumentare la soglia di attenzione da parte degli organismi chiamati a controllare l’operatività  sospetta.

Per tale motivo è in progetto di far scattare  la segnalazione automatica all’UIF  di tutte quelle operazioni in contante sul conto corrente, che supereranno la soglia dei 3.000 €.

Quindi versamenti e prelevamenti superiori a tale importo saranno oggetto di comunicazione all’UIF.

Il sistema di rilevazione è ancora in fase di rodaggio: sono cominciate le attività per definire le procedure atte a  richiedere a banche, istituti di pagamento e istituti di moneta elettronica le segnalazioni mensili delle transazioni in contante.

Si ritiene che la rilevazione  delle singole transazioni  andrà a regime fra la fine  del 2018 e l’inizio del 2019.

Come si ricorderà la Normativa Antiriciclaggio inizialmente  prevedeva  nel 2011 un limite all’uso di denaro contante fissato a € 1000  e riconfermato fino all’anno 2015.

Con la Legge di Stabilità 2016 ed il maxi-emendamento, il limite all’uso dei contanti per il 2016 e seguenti è salito da € 1000 a  3000 euro.

Ad oggi quindi sono vietati tutti i trasferimenti di denaro contante, di libretti di deposito al portatore, di titoli al portatore tra soggetti diversi, che abbiano un valore pari o superiore a  € 3.000 .

Oltre tale importo i trasferimento di denaro possono essere eseguiti solo tramite un conto corrente bancario o postale o carte di credito.