Bitcoin, blockchain e cloud-mining

Linda Caroli DiLinda Caroli

Bitcoin, blockchain e cloud-mining

 

In tutto il mondo stanno crescendo sempre di più  attività legate all’acquisto o affitto dei computer,  detti mining rig, che svolgono i calcoli necessari a produrre Bitcoin.

Si tratta di un’attività molto redditizia  ma anche particolarmente rischiosa.

Vediamo perché.

Innanzitutto diciamo che il Bitcoin utilizza un database distribuito tra i nodi della rete denominata Blockchain, che tiene traccia delle transazioni, e sfrutta la crittografia per gestire gli aspetti funzionali come la generazione di nuova moneta e l’attribuzione di proprietà dei Bitcoin.

La verifica delle transazioni è affidata ad alcuni utenti, chiamati miners, che offrono la potenza computazionale dei loro computer al network per convalidare i pagamenti. Tutte le transazioni degli ultimi dieci minuti sono trasmesse ai miner, che le riassemblano all’interno di un file detto block. Il nodo che trova la soluzione per primo, trasmette il blocco agli altri miners che verificano la conformità delle transazioni contenute in quel blocco.  La difficoltà di questo problema si modifica automaticamente ogni 2016 blocchi risolti, allo scopo di mantenere il tempo di generazione per ogni blocco a 10  minuti.

Ogni blocco convalidato viene poi inserito all’interno della blockchain. Il miner che ha generato il blocco riceve un payout in Bitcoin, per il momento è fissato a 25 bitcoin, finché il numero di BTC emessi avrà raggiunto la cifra totale di 21 milioni, all’incirca nel 2040. In pratica, il proof-of-work rende la verifica dei blocchi simile ad una lotteria: più potenza computazionale un nodo possiede, più è alta la probabilità che esso generi un nuovo blocco.

Creare Bitcoin è quindi un vero e proprio business. Per farlo serve avere numerosi mining-rig (computer che risolvono le complesse equazioni che generano la criptovaluta) che a loro volta necessitano di spazio, per contenere i server, e  energia, per mantenere i server sempre in funzione.  Per ovviare a entrambi i problemi sono sorti veri e propri servizi di colocation che agevolano i miners, attraverso l’offerta  di infrastrutture, sicurezza e elettricità. Questo mercato sta esplodendo in termini di richieste segno evidente che, se il bitcoin aumenta di valore, è sempre più attraente anche l’attività “estrattiva”. Stanno nascendo sempre di più società che si occupano  di cloud-mining (noleggio di potenza di calcolo).

Negli Stati Uniti, ad esempio, è nata  la  Bcause che tiene in funzione migliaia di miner rig per conto di clienti di tutto il mondo. Ha raccolto parecchi milioni di dollari di finanziamenti e ciò la dice lunga sulle prospettive di crescita di questo mercato.

E se da una parte esplode il mercato del cloud mining, lo segue a ruota l’industria dei  mining rig (e dei loro componenti). La Cina in questo settore la fa da padrona!

I rischi però sono sempre dietro l’angolo: la convenienza in questo genere di business  sta tutta nel prezzo del Bitcoin. Nel  2014 , quando la criptovaluta perse il 50% del suo valore, il business del mining rilevò parecchi default tra le società del settore

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