Archivio per Categoria Economia e Finanza

Linda Caroli DiLinda Caroli

L’anno che verrà

Cosa aspettarci nel 2019?  Proviamo a fare qualche previsione.

Cominciamo dalla fine del QE:  nel  2018  si è ridotto fino a diventare zero, nel  2019 verrà mantenuta  stabile la quantità di denaro immessa nel sistema, ma non ne verrà stampato altro. Sicuramente la BCE reinvestirà i titoli in scadenza, in estate alzerà i tassi di interesse e arriveranno a scadenza  i TLTRO (finanziamenti a tassi agevolati). Si può prevedere quindi un rallentamento nell’erogazione del credito alle imprese .

E non solo…

Nel  2019 continueremo ad assistere al mancato completamento dell’unione bancaria nell’eurozona che in questi anni ha compromesso l’efficacia della politica monetaria della Banca Centrale. La Germania si è sempre opposta a questa unione non fidandosi delle economie del Mediterraneo, prime fra tutte l’Italia, a causa del  debito pubblico e della dipendenza delle  banche  dal  debito stesso. E tutto  questo ha causato anche  il mancato allineamento della garanzie sui depositi bancari che  ha bloccato l’integrazione del mondo del credito in Europa. Infatti non si fanno fusioni bancarie transfrontaliere  da decenni!

Per non parlare delle  asimmetrie  politiche che rendono l’Europa  una realtà disomogenea.

Dall’altra parte dell’Oceano c’è  la Fed che ha deciso di  proseguire nella politica di aumento dei tassi di interesse, ma non ha ancora  chiarito quante volte lo farà. Chi sta facendo resistenza è  Trump.

Perchè?

Perchè nel  2017 e nel  2018 è cresciuto enormemente  il debito pubblico americano, nonchè  il deficit.

Solo nel 2018  sono stati emessi  1400 mld di dollari  di titoli di Stato. Un aumento dei tassi di interesse determinerebbe un ulteriore appesantimento del debito americano e un contestuale aumento del deficit .

Questo Trump non lo vuole. Powell invece sì. Chi vincerà questo “duello”?

Le Asset class globali nel 2018 hanno chiuso l’anno in rosso: i titoli azionari a livello mondiale hanno perso mediamente  il 9% , le obbligazioni hanno perso  mediamente il  3% , il petrolio è calato del 20%,  l’oro ha perso 1% da inizio anno. A pesare sui listini sicuramente la prospettiva di un’economia reale in rallentamento che in parte è provocata dalle tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina. Lo scontro  è incentrato sui dazi che ha un impatto diretto  sulla supply chain, ma  questa guerra commerciale  rappresenta anche  il  confronto tra due giganti mondiali e su chi fra loro due dominerà il mondo nei prossimi decenni.

Non dimentichiamo poi l’impatto sull’economia mondiale  della Brexit, su cui è impossibile fare previsioni.

Altro grosso elemento di incertezza è il ruolo che in passato  hanno avuto nell’economia globale le banche centrali ( che per anni  hanno sostenuto  i mercati tagliando i tassi oltre 700 volte) che hanno  iniettato nel sistema finanziario oltre 12.000 miliardi di dollari, provocando in passato una sopravvalutazione  del valore delle azioni e delle obbligazioni a livello  mondialeIl caso americano è eclatante: i tassi sono stati portati a zero per molti anni, la liquidità era abbondante, le imprese si indebitavano sul mercato  a tassi vantaggiosi e spesso usavano la liquidità ottenuta per comprare azioni proprie in borsa e farne lievitare le quotazioni  sul mercato,  drogandolo.

Ora il comparto obbligazionario, visti i grossi rallentamenti sul mercato della liquidità da parte delle banche centrali, manifesta incertezza.

Per quello azionario vale lo stesso. Il 2019 sarà un anno di rallentamento dell’economia globalema non siamo ancora in presenza di una recessione, per due motivi:  le valutazioni dei titoli azionari  nel mercato statunitense sono scese  non per mancanza di crescita, ma per il calo delle stime di incremento degli utili stessi. Sarà importante capire se questo calo, generato dalla riduzione dello stimolo monetario e dalle grosse incertezze sugli equilibri mondiali,  sarà sufficiente e garantirà in ogni caso un periodo di stabilità.

Mai come ora c’è tanta incertezza sul futuro dei mercati mondiali. Vale la pena quindi, per salvaguardare il risparmio da imprevedibili evoluzioni dell’economia globale, confrontarsi con un professionista in grado di guidare nelle  giuste scelte di investimento. Un bravo consulente finanziario raggiunge questo obiettivo attuando  un’oculata diversificazione senza mai perdere di vista le esigenze del cliente.

 

 

Linda Caroli DiLinda Caroli

Debito pubblico e PIL

Ma quanto vale il debito pubblico italiano?

Ben 2331 miliardi di €  e solo quest’anno  è cresciuto di ben 68,2 mld di €.

Una somma monstre, che appare ancora più imponente se esaminiamo il dato pro-capite: ben € 42.106 è il debito  in capo a ciascuno di noi.

Come è stato possibile arrivare a un valore così alto?  Dobbiamo andare indietro di oltre vent’anni, quando l’uso di denaro pubblico è servito a creare consenso e pace sociale.

Ma non si è tenuto conto nè dei cicli economici nè degli effetti del costo che il debito stesso avrebbe prodotto nel tempo.

E se poi rapportiamo questo debito  al Prodotto Interno Lordo  viene fuori un dato ancor meno incoraggiante.

Se consideriamo normale un rapporto  debito pubblico/PIL all’ 80%, il nostro arriva al 130,8%,  e le proiezioni per i prossimi mesi non sono affatto tranquillizzanti.

Non dimentichiamo che il 74% del debito pubblico è emesso a tasso fisso per cui  il costo all’emissione viene sostenuto per tutta la durata del titolo. Allo stato attuale lo Stato paga 64 mld di € di interessi per il debito pubblico. Si tratta purtroppo di una spesa improduttiva che viene distolta da altri tipi di spese quali gli investimenti in infrastrutture, nell’economia, ecc, e se consideriamo le singole manovre di bilancio che tanto fanno discutere e di cui si parla spesso in TV, sui giornali e… al bar, il confronto con il costo del debito spaventa e non poco. E un  debito così elevato costringe lo Stato ad emettere altri titoli del debito pubblico per finanziare gli interessi da pagare sul debito stesso

E il PIL?

Secondo gli ultimi dati pubblicati dall’ISTAT si  rileva che l’Italia non cresce più. Il PIL di quest’anno nel III trimestre è calato dello 0,1% rispetto al trimestre precedente e se guardiamo i dati dei Paesi dell’Unione europea, risultiamo il fanalino di coda per quanto riguarda la crescita.

Per questo si ritiene da più parti che sarà davvero difficile riuscire a rispettare le stime di crescita previste per il 2019 pari all’ 1,5%. Le ragioni sono da ricercare sia nel  rallentamento del ciclo economico globale che nella  situazione internazionale legata ai timori di sanzioni commerciali. Gli Stati europei più esposti ai rischi di dazi commerciali sono infatti   Germania e Italia, paesi con  il  maggiori surplus della bilancia commerciale

Una frenata che coinvolge anche altre economie avanzate: appena sopra di noi troviamo la Germania che nell’ultimo anno è cresciuta solo dell’1,2%, la Francia e la Gran Bretagna 1,5% mentre la Spagna corre con il suo 2,5%.

Una crescita che diventa sempre più disomogenea e il divario aumenta se usciamo dai confini europei.

A trainare infatti la crescita globale ci sono India, Cina e Stati Uniti.  Un mondo in accelerazione che rischia di lasciarci indietro.

Il risparmiatore, di fronte a un mercato che si muove in modo dinamico ma non sempre prevedibile, ha bisogno  di una guida che indichi la strada migliore per  salvaguardare il proprio denaro  e dargli  valore aggiunto, sfruttando tutti i momenti, anche quelli apparentemente negativi. Perchè è proprio da quelli che si può tratte maggiore ricchezza.

Un buon consulente finanziario lo sa.

 

 

 

Linda Caroli DiLinda Caroli

Dazi e protezionismo: come stanno veramente le cose?

 

Il dazio in campo economico è una barriera artificiale ai flussi di beni e/o fattori tra due o più paesi, barriera che nasce da esigenze di politica economica di un singolo Stato (o gruppo di Stati) e si manifesta in manipolazioni amministrative dei flussi di beni in entrata e in uscita dallo stato stesso. Le entrate monetarie date dai dazi costituiscono per lo Stato un introito fiscale. Dal punto di vista politico, il dazio costituisce uno strumento di protezione di alcuni settori economici nazionali, quando questi non possono competere con la concorrenza estera. L’uso sistematico di questo strumento si chiama protezionismo. (Wikipedia)

Il dazio  è applicato ai beni importati  da quegli Stati con cui non  sono stati stipulati accordi preferenziali e serve per avvantaggiare la produzione nazionale rispetto a quella estera.

Dovunque si legge che Trump è un protezionista. Ma lo è davvero?  Guardando il grafico sembrerebbe di no.

In rosso sono rappresentati i dazi applicati dall’America sui prodotti esportati in quei paesi e in celeste quelli pagati dall’America quando importa da quegli stessi paesi.

La Thailandia sorprende, come l’India e l’Argentina. E non solo…

Da qui la conclusione che quando si parla di protezionismo bisogna osservare il  fenomeno su scala globale e solo così si può capire come stanno veramente le cose.

Cosa sta facendo Trump?  Sta cercando di proteggere la produzione interna e sta usando tutte le armi possibili.

Per esempio ha disdetto il NAFTA e con il Canada e Messico ha istituito l’accordo denominato USMCA (che il Congresso deve ratificare).

Sta cercando di trovare un accordo con la  Cina, ma ha di fronte un avversario economicamente molto potente. Dazi del 10 per cento su circa 200 miliardi di importazioni cinesi in vigore dal 24 settembre, che saliranno fino al 25 per cento dal primo gennaio 2019. E  Pechino risponde con dazi del 5-10 per cento su circa 60 miliardi di import dagli Usa.

In linea di principio può diventare una ritorsione dopo l’altra, un conflitto a 360 gradi.

Nell’era della globalizzazione, è  il commercio a trainare l’economia, sviluppandosi sistematicamente più velocemente della produzione.

Ma qui si rischia di creare  una vera e propria guerra commerciale, che  non gioverebbe  a nessuno.

Paradossalmente i danni maggiori di questa  guerra potrebbero arrivare  in un momento successivo, quando si torna a un periodo di pace commerciale.

Perchè se vincono gli accordi bilaterali, come sta facendo Trump, si rischia di creare  il caos a livello internazionale. E nessuno vuole questo!

Linda Caroli DiLinda Caroli

L’inarrestabile crescita del PIL mondiale

 

In macroeconomia il prodotto interno lordo (PIL) misura il valore di mercato aggregato di tutte le merci finite e di tutti i servizi prodotti nei confini di una nazione in un dato periodo di tempo e  che sono valorizzabili in un processo di scambio. Sono quindi esclusi i beni e servizi prodotti dalle imprese, dai lavoratori e da altri operatori nazionali all’estero, mentre sono considerati i prodotti realizzati da operatori esteri all’interno del Paese.” (Wikipedia)

Attualmente i dieci più importanti paesi del mondo, in base al loro PIL sono, nell’ordine: Stati Uniti , Cina , Giappone , Germania, Regno Unito , Francia , India , Italia , Brasile  e Canada.  Il Prodotto Interno Lordo non  è certamente l’unico misuratore in grado di rappresentare  l’economia di un paese ma indubbiamente  le dimensioni economiche degli Stati  rappresentano  l’importanza del singolo rispetto al tutto.  La valorizzazione del PIL va affiancata a un  altro parametro importante e significativo  ed è il PPP -Purchasing Power Parity”(Parità di potere d’acquisto). Considerando anche questo dato capiamo ad esempio  che la Cina, pur avendo un PIL inferiore agli Stati Uniti, l’ha già superata in valori assoluti.  Secondo il PIL nominale  gli Usa sono ancora avanti  ma  la Cina sta crescendo più velocemente.

E il video che segue lo dimostra perfettamente.

Le continue oscillazioni dei mercati azionari e obbligazionari hanno come fondamenta la ricchezza che il mondo produce e la sua inarrestabile crescita. Per questo non ha senso temere le oscillazioni nel breve termine, avendo paura  che di colpo tutto si azzeri.

Vorrebbe dire temere che  all’improvviso il mondo si fermi.  Ma questo  è impossibile!!!

Ecco perchè ciascun risparmiatore dovrebbe avere al suo fianco un bravo consulente finanziario che si faccia carico di infondere ottimismo e buon senso, capacità fondamentali per una sana e razionale pianificazione finanziaria che ha nel  risparmio gestito il suo strumento migliore.

 

Linda Caroli DiLinda Caroli

Il risparmio e una consapevole pianificazione finanziaria

I risparmiatori guardano con paura al mercato finanziario ed è a fronte di queste incertezze che proliferano quegli atteggiamenti populisti che imperversano nel mercato internazionale.

La cultura del breve periodo che domina sui mercati e media alimenta la paura e scoraggia l’investimento intelligente.

Il 2017 è stato un anno straordinario per i mercati azionari, con le quotazioni ai massimi storici in numerosi settori; al tempo stesso sono tuttavia aumentati a dismisura anche il senso di frustrazione e lapprensione per il futuro. Paradossalmente, ai rendimenti elevati corrisponde un forte stato dansia. Sin dalla crisi finanziaria, chi ha i capitali ha maturato enormi vantaggi, mentre i più si trovano ad affrontare una combinazione di tassi bassi, ridotta crescita salariale e sistemi previdenziali inadeguati. Molti non hanno la disponibilità finanziaria, le risorse o gli strumenti per un risparmio efficace, e spesso chi investe ha in portafoglio troppa liquidità. Per milioni di persone, la prospettiva di una pensione sicura appare sempre più evanescente, in particolare per i lavoratori meno qualificati che hanno maggiori probabilità di perdere il lavoro. Proprio questi temi, ne sono convinto, alimentano il diffuso clima di apprensione e polarizzazione che si respira ormai ovunque”.

A scriverlo nella lettera annuale agli azionisti è Larry Fink CEO di BlackRock  una delle più grandi società di investimento nel  mondo che può contare su una struttura di oltre 14 mila professionisti e ha in gestione più di 6 mila miliardi di dollari.

Ciò che scrive Fink è davvero importante: bisogna guardare al medio-lungo termine quando si fanno gli investimenti senza dimenticare  che le nuove tecnologie  continueranno a far crescere l’economia e quindi anche i mercati finanziari .

Siamo alla fine di un ciclo : ci saranno delle correzioni e poi tutto ripartirà. Bisogna evitare di rincorrere i mercati perchè una delle cose che le analisi mostrano già da molti anni è che i risparmiatori sono pro-ciclici , cioè vendono quando le cose vanno male e comprano quando le cose vanno bene.

Per uscire da questo mood di instabilità e dare maggior qualità  alle prospettive future è necessario cominciare a superare un problema che ormai non riguarda più solo il nostro Paese: l’eccesso di liquidità che appesantisce i portafogli  senza portare valore.

Ma in che modo?

E’ necessario i che i risparmiatori si trasformino in investitori più consapevoli.

 

 

 

Linda Caroli DiLinda Caroli

Il cambiamento: spread, banche e Piani Individuali di Risparmio

 

 

A 10 anni dal fallimento di Lehman Brothers, una delle più grandi banche d’affari al mondo, una cosa è chiara: il  2008 ha segnato la fine di un’era e delle certezze che c’erano state fino ad allora.

A quei tempi l’onda lunga arrivò  fino al nostro paese minacciando quello che fino ad allora veniva considerato dagli Italiani il santuario del risparmio: la banca.

Se ai venti di tempesta della crisi finanziaria statunitense il sistema bancario italiano tradizionalmente poco speculativo è riuscito a resistere per un po’, a metterlo in difficoltà è  stata la crisi di fiducia che tra il 2010 e il 2012 ha fatto temere al mercato che l’Italia non sarebbe stata capace di rimborsare il suo debito pubblico.

Prima la stretta creditizia con un impatto pesante su un’economia banco centrica come la nostra, poi le politiche di austerity dentro e fuori il nostro paese.

E ancora, gli scandali del mondo bancario che hanno reso il terreno sempre più accidentato: dal salvataggio tardivo di Banche Etruria, Carichieti, Banca Marche e Cariferrara alle banche venete appesantite da irregolarità gestionali, dal MPS salvata dopo vari tentativi di risanamento a banca Carige in crisi già da molto tempo per i troppi NPL in pancia.

Se a tutto questo aggiungiamo il crollo dei tassi di interesse in quest’ultimo periodo, che ha praticamente cancellato i margini per gli istituti di credito, e lo sviluppo tecnologico che sta imponendo un nuovo modello di business, arriviamo alla conclusione che il mondo bancario sta attraversando una fase che impone un cambio di passo.

E i segni di questo cambio già si vedono abbondantemente.

In 10 anni gli sportelli attivi in Italia si sono ridotti di 6800 unità, il numero  dei bancari è diminuto di 44.000 persone mentre  i POS in circolazione sono aumentati di oltre un milione

La direzione è tracciata spinta  dall’avvento della tecnologia.

Anche in Italia il fenomeno comincia a manifestarsi, ma  con i suoi tempi e con le sue caratteristiche peculiari dovute sia alla tipologia di consumatore “anziano” rispetto ad altri mercati, che a una limitata diffusione della banda larga nel nostro paese, e che vede nell’attualità il suo limite a causa  di  una situazione  interna piuttosto incerta.

Un’incertezza che trova la sua origine da variabili endogene che esogene.

Se guardiamo al passato molte banche sono saltate per colpa di una cattiva governance e una mala gestio. Da questo punto di vista l’attuale sistema bancario italiano si è in parte ristrutturato attraverso numerose ricapitalizzazioni nonché alleggerendosi dell’enorme peso dei crediti deteriorati grazie a un processo di cessione che ha visto anche l’intervento pubblico.

Le nuove posizioni di NPL nei bilanci bancari  sono quantitativamente inferiori rispetto al passato.

Ma oltre alle variabili endogene  sui bilanci delle banche impattano anche le variabili esogene perché negli attivi bancari sono presenti i Titoli di Stato.

L’instabilità politica provoca un aumento dello spread e questo incide sui prezzi dei titoli di Stato che a loro volta impattano sui bilanci delle banche: la capitalizzazione bancaria negli ultimi 5 mesi si è ridotta di 1/3 con una perdita per gli azionisti  di 35 Mld di euro.

Questo fenomeno, sommato alla volatilità dei mercati, preoccupa la Banca Centrale Europea che giudica insufficienti gli sforzi delle banche italiane di mettersi al riparo da ulteriori perdite di bilancio.

A novembre ci saranno gli stress test da parte della BCE dopodiché verranno pubblicate le trimestrali bancarie nelle quali certamente saranno visibili gli effetti di questa instabilità.

Un rischio all’orizzonte c’è ed è rappresentato sia da un probabile restringimento del credito dovuto all’indebolimento dei bilanci delle banche  (impossibilitate a chiedere ulteriori ricapitalizzazioni al sistema), nonché a un rallentamento della crescita.

Per fronteggiare questi rischi e  favorire il finanziamento alle imprese uno degli strumenti più adeguati è il mercato, attraverso la raccolta fatta con i Piani Individuali di Risparmio. Questo rappresenterà il più forte e decisivo cambio di passo del sistema finanziario italiano.

Linda Caroli DiLinda Caroli

Educazione finanziaria e pianificazione

 

I mercati finanziari sono in mezzo a un mare tempestoso: la guerra dei dazi americana, le preoccupazioni suscitate dai paesi emergenti, le tante domande a cui dovrà rispondere la politica di casa nostra, la Brexit,

Sono tanti i fattori che generano volatilità.

I mercati fibrillano, le iniezioni di liquidità da parte delle Banche Centrali sono destinate a finire e già l’anno prossimo è previsto il primo rialzo dei tassi dal 2011.

Si apre quindi un mercato non facile, un mondo nuovo in cui bisogna imparare a muoversi.

Serve rivedere le aspettative di rendimento, allungare l’orizzonte temporale degli investimenti, e magari pensare di proteggere il proprio capitale. Ma come si fa?

C’è un’enorme offerta di prodotti finanziari che ultimamente si sta arricchendo di novità: dai fondi tematici a fondi specializzati su grandi trend come la tecnologia o l’invecchiamento della popolazione, oppure i fondi etici.

Insomma alla complessità del mercato si aggiunge quella degli strumenti e della strategie di investimento  che forse rispondono bene alle esigenze del momento,  ma siamo certi che rispondono altrettanto bene  alle esigenze di una vita?

Di sicuro non sarà il “fai da te” a salvare il risparmiatore e nemmeno le ultime tendenze. Risulta quindi determinante avere a disposizione una  consulenza dedicata mirata anche a una buona pianificazione.

Serve quindi un lavoro di qualità per allocare il risparmio, coerente con le esigenze  del singolo investitore e un’attività finalizzata a mantenere alta la qualità dei prodotti in portafoglio attraverso un periodico check-up  .

E la figura dedicata a fare tutto questo è il consulente finanziario attraverso una sofisticata e personalizzata allocazione della liquidità nel rispamio gestito 

 

Linda Caroli DiLinda Caroli

PIR: questi sconosciuti

 

 

Sembra paradossale!

Tutti ne parlano ma ancora pochi li conoscono: i  Piani Individuali di Risparmio , giudicati gli strumenti di rilancio per la crescita del sistema industriale italiano.

Eppure, stando a una recente analisi di Prometeia, la ricerca di questo strumento è ancora troppo limitata nel nostro Paese.

Il 44% degli Italiani dichiara di esserne all’oscuro e quindi la mancanza di conoscenza  porta a una percentuale di possessori del prodotto pari all’1,4% del totale della popolazione.

Chi sono coloro che comprano i PIR? Sono i Baby Boomers persone ancora in attività e che godono di stabilità economica, con un’età compresa tra 56 e 65 anni. Una cerchia di clienti troppo ristretta rispetto alle potenzialità del nostro Paese.

I PIR sono strumenti che fungono da connettori privilegiati tra il mondo delle imprese e quello dei capitali e proprio per questa modalità di investimento, si rivelano ottimi  veicoli auto esplicativi di educazione finanziaria.

I Pir consentono in modo semplice e conveniente ai risparmiatori di avvicinarsi  a quello che viene definito un investimento azionario,  ma che non richiede una conoscenza particolarmente approfondita dello stesso.

Perchè?

Perchè l’investitore non investe acquistando  i singoli titoli presenti sul mercato, ma lo fa comprando un paniere che diversifica a sufficienza l’investimento.

Pertanto anche un risparmiatore che non abbia una forte conoscenza  può avvicinarsi al mercato delle imprese ricevendo un interessante (e unico nel suo genere!) bonus fiscale:  detenendo lo strumento per un periodo non inferiore ai cinque anni non paga le imposte sulle rendite finanziarie.

 

 

 

Linda Caroli DiLinda Caroli

Voluntary disclosure e PIR

 

 

L’attuale Governo propone l’inserimento della procedura di Voluntary Disclosure nella Legge di Bilancio 2019 e nel decreto fiscale collegato: viene  proposto linvestimento obbligatorio nei Piani Individuali di Risparmio –  PIR dei capitali attualmente “sommersi” che si stima possano aggirarsi intorno ai 200 miliardi di euro. La     Voluntary Disclosure sui contanti (compresi quelli detenuti nelle cassette di sicurezza all’estero) serve per recuperare i fondi necessari a finanziare la riforma fiscale , Flat tax e Reddito di cittadinanza.

In cosa consiste questa nuova versione della  Voluntary Disclosure?

Verrebbe concesso ai  contribuenti italiani, che detengono illecitamente capitali in contanti o nelle cassette di sicurezza all’estero,  di  regolarizzare la loro posizione con il Fisco italiano  attraverso una dichiarazione spontanea allAgenzia delle Entrate sulla violazione degli obblighi di monitoraggio.  Ovviamente il soggetto che dichiara  verrebbe sottoposto  a sanzioni penali e amministrative (anche se è prevista l’applicazione di uno forte sconto).

Il rientro, al netto delle sanzioni, verrebbe consentito  previo versamento di un’imposta di tipo cedolare del 15% oppure del 20%  e a condizione che i capitali rientrati vengano investiti in Piani di Risparmio Individuali (PIR).

A differenza dei PIR attualmente in vigore, quelli legati alla Voluntary Disclosure non  godrebbero delle agevolazioni fiscali previste e sarebbe concesso al contribuente di investire oltre  il tetto massimo di 30.000 euro.

Questo serve per agevolare l’allocazione  su tale strumento di  tutti i capitali emersi, che in taluni casi potrebbero essere ingenti.

Vedremo cosa deciderà di fare il nostro governo.

Nel frattempo, coloro che sono  interessati  a tale iniziativa, è bene che comincino a valutare la convenienza o meno di procedere: è consigliabile svolgere un’analisi preventiva degli effetti sanzionatori che derivano dal rientro dei capitali e  che non deve limitarsi ai soli aspetti fiscali ma anche e soprattutto a quelli penali tributari

Linda Caroli DiLinda Caroli

I Millenials e il loro rapporto con il risparmio

I Millennials, o Generazione Y, sono i ragazzi nati tra gli anni ‘80 e fine anni ‘90.

Il  Time Magazine li definisce “Overeducated, underemployed, wildly optimistic”, vale a dire sovra-istruiti, sottoccupati, particolarmente ottimisti e sopratutto grandi risparmiatori, tanto  che sono anche  definiti “super savers“.

Sono più aperti, esigenti, tecnologicamente evoluti ed informati della generazione che li ha preceduti. Hanno un approccio alla vita adulta unico, sono molto legati ai valori familiari, al rapporto con gli amici e alla comunità intesa in senso ampio.

Sono 1,7 miliardi i Millennials nel mondo, costituendo il 24% della popolazione globale, mentre in Italia attualmente rappresentano circa un terzo dell’intera popolazione.

Rappresenteranno nel 2025 circa il 75% della popolazione attiva e molti di loro saranno i leader del futuro.

L’alta numerosità e il crescente potere d’acquisto li rendono capaci di influenzare i media, i consumi, il mercato immobiliare, persino la ristorazione.

Hanno un atteggiamento diverso dal  consumo compulsivo che ha caratterizzato la generazione che li ha preceduti.
I Millenials sono cresciuti dentro la  crisi economica, sono consapevoli  del valore della famiglia e della rete sociale nell’affrontare problematiche comuni: fanno leva sulla rete e questo permette loro di superare limiti di natura economica.

Hanno un ruolo attivo nel processo di acquisto confrontandosi con le aziende produttrici, utilizzando i canali digitali messi a disposizione. Anche il rapporto con la banca è molto selettivo: per loro la scelta, ad esempio,  di un conto corrente gratuito è importante.

Sono consumatori severi, desiderano essere informati sulle aziende, su ciò che producono o sui servizi che offrono, sulle politiche aziendali adottate.
Un terzo dei Millennials del mondo  risparmia ed è sicuro di sé riguardo al proprio futuro finanziario, 1 giovane su 2 non è certo delle strategie attuatementre il 18% non risparmia affatto.
Eppure, mutatis mutandis, resta  la generazione che dichiara di risparmiare di più anche se non si dimostra particolarmente interessata a investire.
In Italia non rappresentano un target interessante per le società di gestione del risparmio, che in questo momento si rivolgono soprattutto al loro cliente tipo di età compresa tra i 40 e i 50 anni.

Perché?

Perchè non hanno un lavoro stabile, non dispongono di interessanti disponibilità finanziarie e molto probabilmente non godranno di una pensione. A loro l’industria finanziaria al momento si limita ad offrire un conto corrente, prestiti e mutui. I Millenials non sono  interessati alla previdenza integrativa, mentre invece utilizzano gli strumenti di pagamento digitali  con estrema naturalezza. Sono poco inclini all’indebitamento, se non per comprarsi lo smartphone.

Non solo.

La filiera commerciale delle banche spesso mette a loro disposizione consulenti di altre generazioni, che non sono in grado di sostenere la loro preparazione, frutto di una pianificata consultazione  in rete  sull’argomento. Perchè i Millenials, in rete, cercano tutto.
Il risultato è che il 70% degli under 35 detiene  un solo fondo italiano, mentre uno su quattro  dichiara di averne due o più.
Ma si rivolgono sempre di più al Fintech e questo li rende attrattivi per i nuovi player del mercato come Apple, Facebook, Amazon. Questa la molla che sta spingendo i giganti della rete ad entrare nel mondo della distribuzione dei prodotti bancari.