Archivio per Categoria Previdenza

Linda Caroli DiLinda Caroli

Trattamento Fine Servizio, tempi di liquidazione

Forse non tutti sanno che i dipendenti pubblici che acquisiscono il diritto ad andare in pensione non ricevono il Trattamento di Fine Servizio in tempi rapidi.

Addirittura in certi casi si può arrivare anche ad attendere  3 anni!!!

A chi spetta il TFS?

  •  dipendenti ministeriali;
  • gli avvocati e procuratori dello Stato;
  • il personale militare delle Forze armate;
  • il personale delle Forze di polizia a ordinamento civile (Polizia di Stato e Corpo di Polizia Penitenziaria) e militare (Arma dei carabinieri e Guardia di finanza);
  • i giudici della Corte costituzionale;
  • i dipendenti della Camera dei deputati, del Senato e del Segretariato generale della Presidenza della Repubblica;
  • i cappellani militari;
  • i magistrati;
  • i dipendenti del CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro);
  • gli ufficiali giudiziari, gli aiutanti ufficiali giudiziari, i coadiutori giudiziari;
  • i vice pretori ordinari con funzioni giudiziarie;
  • il personale del Lotto;
  • i dipendenti del Gran magistero dell’ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro;
  • gli insegnanti e gli incaricati annuali delle scuole statali.

L’Inps ha emanato la circolare n. 73 del 5/6/2014 che spiega il funzionamento  e le  modalità.

Vediamo in dettaglio.

Il comma 484 dell’articolo 1 della legge di stabilità 2014, stabilisce che i dipendenti che hanno terminato il servizio e hanno maturato i requisiti pensionistici a partire dal 1° gennaio 2014 ottengono il pagamento del Trattamento di Fine Servizio come segue

  • in un’unica soluzione, se l’ammontare complessivo lordo è pari o inferiore a 50.000 euro e viene riconosciuto dopo 12 mesi dalla cessazione del rapporto di lavoro;
  • in due rate , se l’ammontare complessivo lordo è superiore a 50.000 euro e inferiore a 100.000 euro . In tal caso la prima rata è pari a 50.000 euro e la seconda è pari all’importo residuo  e viene riconosciuta  24 mesi dopo la cessazione del rapporto di lavoro;
  • in tre rate annuali, se l’ammontare complessivo lordo è superiore a 100.000 euro. In questo caso la prima rata di € 50.000,00 viene pagata dopo 12 mesi, la seconda di € 50.000,00 viene pagata dopo 24 e la terza, per differenza, 36 mesi dopo la cessazione del rapporto di lavoro.

In caso di cessazione del rapporto di lavoro per inabilità o per decesso, il trattamento di fine servizio viene liquidato entro 105 giorni dalla cessazione.

Alcune istituzioni finanziarie o banche danno la possibilità di richiedere il pagamento anticipato del Trattamento di Fine Servizio (TFS) : basta rivolgersi a un consulente e si ottengono tutte le informazioni necessarie.

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RITA – anticipo pensione integrativa

 

 

Cos’è RITA?

E’ uno strumento introdotto con la Legge Finanziaria 2017 insieme  all’APE agevolato e all’APE volontario per  contribuire alla  flessibilità in uscita  a seguito dell’introduzione della Legge Fornero e  senza gravare sulle casse dello Stato.

Una  rendita integrativa temporanea anticipata  (RITA) attraverso la quale i soggetti cessati dal lavoro e in possesso dei requisiti per l’accesso all’APE e che devono essere certificati dall’INPS, possono riscuotere in via anticipata le prestazioni della previdenza integrativa  fino al conseguimento dei requisiti pensionistici del regime obbligatorio.

Si tratta di un “reddito ponte”, erogato dal Fondo di previdenza complementare cui il lavoratore è iscritto e nel quale ha contribuito e  che può essere abbinato all’APE volontaria o all’APE sociale. Va valutato bene se richiederla oppure no perchè se si riscuote in anticipo il capitale accumulato nel fondo integrativo si riduce e di conseguenza si abbatte il valore della rendita che il lavoratore percepirà  una volta raggiunti i requisiti per richiedere  la pensione di vecchiaia

I requisiti  per ottenere la RITA  sono diversi

  1. cessazione dell’attività lavorativa;
  2. raggiungimento dell’età anagrafica per la pensione di vecchiaia entro i cinque anni successivi alla cessazione dell’attività lavorativa;
  3. maturazione di un requisito contributivo complessivo di almeno venti anni nei regimi obbligatori di appartenenza;
  4. maturazione di cinque anni di partecipazione alle forme pensionistiche complementari;

oppure

  1. cessazione dell’attività lavorativa;
  2. non occupazione per oltre due anni  nel periodo successivo alla cessazione dell’attività lavorativa
  3. raggiungimento dell’età anagrafica per la pensione di vecchiaia nel regime obbligatorio di appartenenza entro i dieci anni successivi al compimento del termine di cui alla lett. b);
  4. maturazione di cinque anni di partecipazione alle forme pensionistiche complementari.

Richiedere la RITA comporta anche un interessante vantaggio fiscale in quanto la rendita è soggetta  a tassazione con  l’aliquota del 15% che si riduce  dello 0,3% per ogni anno eccedente il quindicesimo anno di partecipazione al Fondo sino ad abbassare l’aliquota sostitutiva al 9%.

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Nuda proprietà e l’esigenza della previdenza integrativa

 

I cambiamenti demografici e soci economici alla base delle ultime riforme pensionistiche hanno prodotto in questi anni significative variazioni sul risparmio previdenziale riducendo di fatto il valore della rendita finale. Fattori importanti destinati  ad incidere fortemente sul welfare familiare di cui però gli Italiani non sembrano ancora rendersene conto. Infatti se da un lato la ricchezza privata delle famiglie sembra essere più che raddoppiata rispetto agli anni ’80, risulta ancora fortemente concentrata in abitazioni di proprietà, un asset poco liquido e inadeguato a soddisfare esigenze improvvise.

Tutto questo provoca un disequilibrio  e porta a scelte forzate nella gestione del problema previdenziale che non ha nulla di strategico. In questo senso si rileva interessante il risultato di un’indagine condotta dal centro studi di Tecnocasa che rivela come nel 2017 l’85,2% di chi vende la propria casa in nuda proprietà lo fa perché necessità di liquidità, inclusa l’esigenza di sostenere i propri figli ancora a carico o aiutarli nella formazione o sostenerli nell’acquisto della casa. Solo il 12,3% cerca di migliorare la propria qualità abitativa.  Trilocali e quadrilocali  sono i più venduti, visto che un tempo era questo il taglio medio oggetto di interesse da parte degli acquirenti.

L’età di chi vende è superiore a 64 anni nel 77,5% dei casi, la condizione è di single  nel 61,7% dei casi.

Chi compra, nel 64,2% dei casi, ha un’età che va dai 35 ai 54 anni, con il 68,1% coniugato. Nel Lazio la vendita della nuda proprietà è particolarmente diffusa, più che in altre regioni. Dopo il Lazio troviamo Campania, Lombardia e Piemonte. Chi vende la nuda proprietà incassa subito un capitale, potendo far fronte nella maggioranza dei casi a un tenore di vita migliore, oppure a spese che prima non riusciva a sostenere. Chi acquista lo fa a un prezzo agevolato, che varia in proporzione  all’età dell’usufruttuario, mentre durante il periodo necessario a ottenere l’utilizzo dell’immobile, la nuda proprietà si rivaluta.

Da qui una considerazione, ultimamente evidenziata dallo stesso Tito Boeri, Presidente dell’INPS, secondo il quale resta  cruciale il rafforzamento di una consapevolezza previdenziale: minore è la consapevolezza, maggiore è il rischio di non avere risorse adeguate  quando si uscirà dal mercato del lavoro.

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I contributi silenti

I contributi silenti sono fondi che l’Inps incamera per legge, senza dare indietro alcunché. Si calcola che  i lavoratori che hanno versato inutilmente siano diversi milioni e se l’INPS dovesse restituire quanto da loro versato probabilmente  rischierebbe la bancarotta.

Ma cosa sono i contributi silenti? Sono contributi versati da coloro che non hanno raggiunto i limiti previsti dalla legge e che pertanto non possono ottenere una rendita pensionistica. Quindi si trovano nella condizione di aver regalato allo Stato tutta la contribuzione versata.

I lavoratori che si trovano nel sistema contributivo misto e che hanno un requisito  minimo di 20 anni possono andare in pensione a 66 anni e 7 mesi.  Se hanno versato per un periodo inferiore restano a bocca asciutta a meno che non colmano il gap con versamenti volontari.

Nel sistema contributivo misto  si possono sommare i periodi assicurativi, per cui non serve  che i contributi siano maturati per 20 anni tutti in una sola gestione previdenziale. Tale possibilità può essere utilizzata, dal 2017, anche per valorizzare i contributi versati presso le casse professionali.

I lavoratori che hanno raggiunto i 15 anni di contributi entro il 1992 possono andare in pensione a 66 anni e 7 mesi unitamente ad un requisito contributivo di 15 anni anzichè 20 anni.

L’unico modo per recuperare il versato è di procedere ai versamenti volontari il che permetterà di raggiungere il requisito minimo richiesto per la pensione di vecchiaia. Si tratta di una soluzione costosa e quindi non accessibile a tutti. Inoltre è onerosa in quanto i versamenti dipendono dall’ultima retribuzione percepita  durante il  rapporto di lavoro per cui il costo  è tanto più elevato quanto maggiore sarà stato  lo stipendio prima della perdita di lavoro.

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Cose da sapere sulla Pensione Integrativa

La Pensione  integrativa è un’opportunità a cui possono aderire sia i lavoratori dipendenti che i lavoratori autonomi e i liberi professionisti.

Nel caso di lavoratori autonomi e di liberi professionisti la contribuzione alle  forme pensionistiche complementari è attuata mediante contribuzioni volontarie.  Per i lavoratori dipendenti  la legge prevede   che i contributi versati  siano  deducibili dal reddito complessivo per un importo non superiore ad euro 5.164,57; i contributi versati dal datore di lavoro usufruiscono altresì delle medesime agevolazioni contributive.  Ciò non vale per gli accantonamenti al fondo della quota di TFR.

Per la parte dei contributi versati che non hanno fruito della deduzione, compresi quelli eccedenti il suddetto ammontare, il contribuente comunica alla forma pensionistica complementare, entro il 31 dicembre dell’anno successivo a quello in cui è stato effettuato il versamento, ovvero, se antecedente, alla data in cui sorge il diritto alla prestazione, l’importo non dedotto o che non sarà dedotto nella dichiarazione dei redditi.

Le prestazioni pensionistiche in regime di contribuzione definita e di prestazione definita possono essere erogate in capitale, secondo il valore attuale, fino ad un massimo del 50%  del montante finale accumulato, e in rendita. Nel computo dell’importo complessivo erogabile in capitale sono detratte le somme erogate a titolo di anticipazione per le quali non si sia provveduto al reintegro. Nel caso in cui la rendita derivante dalla conversione di almeno il 70%  del montante finale sia inferiore al 50%  dell’assegno sociale  la stessa può essere erogata in capitale.

Le forme pensionistiche complementari prevedono che, in caso di cessazione dell’attività lavorativa che comporti l’inoccupazione per un periodo di tempo superiore a 48 mesi, le prestazioni pensionistiche siano, su richiesta dell’aderente, consentite con un anticipo massimo di cinque anni rispetto ai requisiti per l’accesso alle prestazioni nel regime obbligatorio di appartenenza.  Le prestazioni pensionistiche complementari erogate in forma di capitale sono imponibili per il loro ammontare complessivo al netto della parte corrispondente ai redditi già assoggettati ad imposta. Le prestazioni pensionistiche complementari erogate in forma di rendita sono imponibili per il loro ammontare complessivo al netto della parte corrispondente ai redditi già assoggettati ad imposta.

Sulla parte imponibile delle prestazioni pensionistiche comunque erogate è operata una ritenuta a titolo d’imposta con l’aliquota del 15%  ridotta di una quota pari a 0,30 punti percentuali per ogni anno eccedente il quindicesimo anno di partecipazione a forme pensionistiche complementari con un limite massimo di riduzione di 6 punti percentuali.

Gli aderenti alle forme pensionistiche complementari possono richiedere un’anticipazione della posizione individuale maturata:

  1. a) in qualsiasi momento, per un importo non superiore al 75% per spese sanitarie a seguito di gravissime situazioni relative a sé, al coniuge e ai figli per terapie e interventi straordinari riconosciuti dalle competenti strutture pubbliche. Sull’importo erogato, al netto dei redditi già assoggettati ad imposta, è applicata una ritenuta a titolo d’imposta con l’aliquota del 15%  ridotta di una quota pari a 0,30 punti percentuali per ogni anno eccedente il quindicesimo anno di partecipazione a forme pensionistiche complementari con un limite massimo di riduzione di 6 punti percentuali;
  2. b) decorsi otto anni di iscrizione, per un importo non superiore al 75%per l’acquisto della prima casa di abitazione per sé o per i figli, documentato con atto notarile, o per la realizzazione degli interventi di cui alle lettere a), b), c), e d) del comma 1 dell’articolo 3 del testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia
  3. c) decorsi otto anni di iscrizione, per unimporto non superiore al 30%per ulteriori esigenze degli aderenti. Sull’importo erogato, al netto dei redditi già assoggettati ad imposta, si applica una ritenuta a titolo di imposta del 23%.

Il diritto alla prestazione pensionistica si acquisisce al momento della maturazione dei requisiti di accesso alle prestazioni stabiliti nel regime obbligatorio di appartenenza (pensione di vecchiaia oppure pensione anticipata ), con almeno cinque anni di partecipazione alle forme pensionistiche complementari.

In tutti questi casi, una parte dell’importo pagato come rendita o capitale è esente da imposte: è quella parte che deriva dai rendimenti maturati dalla gestione o dai contributi non dedotti.

Sulla parte restante, costituita dai contributi dedotti e dall’eventuale TFR versato, viene applicata un’imposta sostitutiva del 15%. È importante tenere presente che:

  • È una imposta sostitutiva quindi la rendita, o il capitale, non fanno cumulo con i redditi personali e non sono soggetti ad altre imposte.
  • L’aliquota del 15% si riduce dello 0,3% per ogni anno di partecipazione a forme pensionistiche successivo al 15°, con uno sconto massimo del 6%. Quindi chi partecipa a una forma pensionistica integrativa per 35 anni, paga un’imposta del 9% invece che del 15%